Università e mondo del lavoro. Quali prospettive?

di Mara Ladu*

La fuga di giovani sardi verso la penisola per intraprendere gli studi universitari richiama costantemente a riflettere sui motivi alla base di queste scelte e a proporre soluzioni efficaci per contrastare il fenomeno. La popolazione giovanile, infatti, in particolare quella studentesca, rappresenta la componente più vitale, dinamica e innovativa di una comunità, la linfa per costruire un futuro migliore. Ecco allora la corsa di città e atenei d’Europa ad attrarre questo segmento di popolazione attraverso vere e proprie campagne di promozione, volte a far conoscere le performance delle università, le loro ricadute sul territorio, le opportunità di lavoro offerte dal mercato, le risorse culturali, ambientali e paesaggistiche e la qualità della vita del contesto urbano e metropolitano nel quale si inseriscono. Da questo punto di vista, anche gli atenei sardi sono molto attivi e si propongono sempre nuovi traguardi. Secondo la Classifica Censis delle Università italiane (edizione 2019/2020), l’Università di Cagliari risulta nona tra i 16 “grandi” atenei statali d’Italia (punteggio: 83,5), mentre quella di Sassari si è aggiudicata la quinta posizione tra i 18 atenei “medi” (punteggio: 91,0). Seppur tali valori siano stati stimati sulla base di criteri relativi, si tratta senza dubbio di un risultato di cui andare soddisfatti. Nonostante ciò, preoccupa il numero di giovani sardi che ogni anno sceglie università della penisola. Sebbene in alcuni casi la motivazione sia da ricercare nella volontà di varcare i confini per conoscere nuove realtà culturali, o ancora nella convenienza e nella qualità dei sussidi (borse di studio e alloggi) proposti dai diversi atenei, in altri casi la scelta è mossa da una convinzione diffusa circa la difficoltà manifestata dai laureati in Sardegna nel trovare un impiego dopo il percorso di studi. In effetti, sono tanti i giovani costretti a emigrare o a svolgere professioni ben lontane da quelle attinenti la loro formazione, quand’anche attività per le quali vantano una preparazione di gran lunga superiore a quella richiesta. Al fine di invertire questa tendenza, da tempo si richiede alle università di proporre un’offerta formativa in linea con gli obiettivi delle politiche di sviluppo del territorio e rispondente alla domanda di contesto. Per creare un clima di fidelity nei giovani, forse, sarebbe sufficiente che molti protocolli che l’Università di Cagliari ha attivato con le associazioni d’impresa nel territorio si trasformassero in progetti per garantire, a un numero flessibile di neolaureati, un periodo di frequentazione nel lavoro a carico della finanza pubblica e che coinvolga solo in parte l’azienda di riferimento, con tutte le facilities previste dal quadro normativo nazionale e regionale. Naturalmente, le aziende devono essere affidabili, con un minimo di valutazione dei rischi, impegnate in settori chiave per lo sviluppo e con prospettive di radicamento nel territorio regionale. Alimentare e agricoltura specializzata, ambiente e ecologia, edilizia sostenibile, turismo, digitale, sono comparti in cui la Sardegna può ancora competere sul mercato globale. Per altro, non si deve sottovalutare che l’Isola sta accogliendo una serie di realtà imprenditoriali ascrivibili all’industria 4.0 più velocemente di quanto si possa immaginare, mobilitando competenze provenienti da più ambiti disciplinari. In definitiva, la capacità di coniugare obiettivi dei percorsi formativi e istanze di sviluppo futuro all’interno di una visione di lungo termine è prerogativa irrinunciabile. Purtroppo, a livello nazionale si registrano ancora lacune nella programmazione di talune politiche pubbliche. Lo stato di emergenza predomina su tutto e determina una gestione delle risorse finanziarie statali e regionali non sempre efficace. Giusto per fare un esempio, tutti ci chiediamo come sia possibile che l’Italia si trovi costretta a chiamare camici bianchi dell’est Europa per far fronte alla carenza di organico e non abbia provveduto, piuttosto, a garantire i finanziamenti per le borse di specializzazione dei laureati in medicina in misura adeguata a soddisfare la domanda del Paese. Questa mancanza di programmazione non è tollerabile in uno Stato che deve fermare l’emorragia di cervelli, ma è anche inaccettabile per chi quel sogno di far parte del sistema sanitario nazionale l’ha dovuto abbandonare già al momento della selezione per l’ammissione alla facoltà di Medicina, considerato l’esiguo numero di posti disponibili.

*Architetto urbanista e dottore di ricerca. Socia fondatrice A.I.D.I.A. (Associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti) Sezione di Cagliari. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche

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