Siamo tutti pastori.

Le vicende che, in questi giorni, stanno caratterizzando la rivolta dei pastori sardi hanno dimostrato, qualora ve ne fosse bisogno, che la nostra Isola è unita, solidale, collaborativa e presente nel momento del bisogno. Un luogo comune troppo abusato, dunque, è stato sfatato: non siamo più pochi, mezzo pazzi e disuniti, ma l’esatto contrario. Non sono state certo la politica né, tantomeno, le istituzioni classiche, ad unirci in una sacrosanta lotta, ma unicamente la forza dei pastori. Ancora una volta sono loro l’emblema della Sardegna, perché la pastorizia è il nostro marchio indelebile, la nostra cultura, ma, soprattutto, la nostra economia. E i tempi sono cambiati. Se, fino a qualche decennio fa, eravamo etichettati in senso dispregiativo “pastori” dai continentali, oggi il pastore, o per meglio dire l’allevatore, gode della stima del governo centrale, tanto che lo convoca direttamente a Roma! Un incontro ufficiale, voluto dal Presidente del Consiglio Conte, per il prossimo 21 febbraio, dove i nostri pastori siederanno al tavolo con ministri e altri operatori del settore. Già questa, mi pare una grande, quanto legittima, conquista. Per amore della verità, occorre ricordare, che già Briatore, pur con i dovuti distinguo, aveva messo gli occhi sulla categoria, avviando, qualche anno fa, una campagna di promozione del formaggio prodotto direttamente dai pastori sardi. I risultati non furono esaltanti, ma l’idea era giusta. La lotta proseguirà ad oltranza, fino a quando il prezzo del latte non raggiungerà una cifra equa e, quantomeno, sufficiente per sostenere le numerose spese che gravano sulle aziende. Ma anche per restituire dignità e valore al duro lavoro dei pastori, vera anima della nostra identità. La protesta ha coinvolto tutti. E tutti, in diverso modo, hanno voluto imprimere la propria solidarietà. Una rivolta sociale che porterà i frutti auspicati. Ne sono certo. Fortza paris.

g.f.

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