Embargo calcistico

La politica estera degli ultimi giorni è scandita dall’ecatombe umana in atto nel nord est della Siria. Dal 2011, data di inizio del conflitto fra turchi e curdi, si sono registrati oltre mezzo milione di morti, più di sei milioni di sfollati ed un numero imprecisato di profughi. I paesi occidentali stanno valutando le misure da adottare contro l’iniziativa turca. Che, ovviamente, va totalmente condannata. Il capo supremo della “mezzaluna”, Recep Tayyip Erdogan, giustifica l’azione di invasione dei territori siriani col pretesto di garantire la sua sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo. In realtà, le ragioni sono diverse e molto più complesse. Una striscia di territorio largo 30 Km. e lungo 480 Km. contesa fra la Turchia e il popolo curdo, attualmente senza stato, che vorrebbe ottenere l’indipendenza. Sulla vicenda, i ministri degli Esteri dell’UE non hanno trovato un accordo unanime per applicare un embargo sulle armi. Ma sarebbe la soluzione migliore? Io credo di no. L’eventuale embargo significherebbe stizzire ulteriormente Erdogan, con un conseguente, probabile, inasprimento delle azioni belliche. Senza contare che il leader ottomano andrebbe, immediatamente, a rifornirsi di armi da un’altra parte. I venditori non mancano certo. Sempre di business si tratta. Perché, allora, non seguire una pista più eclatante? Il 30 maggio 2020 si dovrebbe disputare la finale della Champions League. La gara è prevista ad Istanbul, nello stadio olimpico “Ataturk”. In tanti chiedono di spostare la sede. L’Uefa tace. Ma sarebbe un segnale forte.

g.f.

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