Un tavolo sulla gestione delle dighe sarde

I recenti, drammatici, episodi accaduti a Posada e Orosei, caratterizzati da dinamiche pressoché identiche, ripropongono un tema che ancora fa discutere: la gestione delle dighe in Sardegna. Lungi da me sollevare polemiche o, peggio, attribuire responsabilità di chiunque sull’accaduto. Al riguardo, se ne occuperanno gli organi competenti. Resta, certo, l’amaro in bocca per la perdita delle greggi, la paura delle persone e le inevitabili conseguenze per i due allevatori vittime dell’onda di piena. Il problema è, però, anche un altro. La riforma voluta nel 2006, con la legge regionale numero 19, ha portato benefici o criticità? L’obiettivo della norma, probabilmente, era di perequare e razionalizzare, anche in termini di costi, il controllo degli invasi che fanno parte del sistema multisettoriale. Ovvero, i bacini che approvvigionano direttamente o indirettamente diverse categorie di utenze, distinte per usi: potabili, irrigui e industriali. Così nasce Enas (Ente acque della Sardegna), ente regionale con sede a Cagliari, al quale è stata trasferita la gestione dell’intero complesso delle infrastrutture idriche, che, prima di tale riforma, erano assegnate ad altri enti. Come i Consorzi di Bonifica. A Torpè, ad esempio, nella diga di “Maccheronis”, la conduzione era affidata al Consorzio di Bonifica della Sardegna Centrale. Allo stesso modo, altri analoghi invasi erano controllati dai Consorzi di Bonifica afferenti ai rispettivi territori. E qui si pone il primo interrogativo: i Consorzi, prima del 2006, vendevano l’acqua grezza agli agricoltori e, in alcuni casi, ai comuni, in forma diretta. Oggi, i Consorzi vendono la stessa acqua, ma dopo averla acquistata da Enas. Ergo, c’è un passaggio in più. Dove sta il risparmio? Non tornano i conti. Ovvio. Secondo interrogativo: in caso di allerta meteo i Consorzi avevano un controllo molto più localizzato e tempestivo di quanto non lo sia oggi. Attualmente, in caso di necessari sversamenti, Enas informa la Protezione Civile Regionale, la quale, a sua volta, trasmette l’allerta ai sindaci. I sindaci, o i loro delegati, poi, informano la popolazione interessata. Tutto questo avviene con modi e forme ritenute più opportune dai primi cittadini. Anche in questo caso, sono necessari diversi passaggi in più, che, inevitabilmente, possono causare pericolosi cortocircuiti nelle comunicazioni fra i vari enti e, sicuramente, un allungamento dei tempi. I rischi così aumentano. Le competenze, infine, che riguardano la pulizia dei canali, che, sovente, causano allagamenti e danni alle colture, rappresentano un altro capitolo a parte. Anche in questo caso, non di rado, si assiste ad un rimpallo di responsabilità. Ma alcuni aspetti restano incontrovertibili: nelle gestioni consortili, ante riforma, episodi come quello di Posada o di Orosei non si verificavano. Gli allarmi arrivavano puntuali e gli allevatori hanno sempre potuto evitare, o almeno contenuto, i danni al bestiame e alle colture. Anche i risparmi sui costi dell’acqua, nonostante le promesse e le aspettative, per il momento non si intravedono. Ci sarà pure un motivo…. Il sistema Enas, così come concepito, pertanto, presenterebbe qualche falla. E i soggetti interessati all’argomento sono tanti: Comuni, Consorzi di Bonifica, Consorzi Industriali, Egas, Abbanoa e, forse più di tutti, gli operatori del mondo agro pastorale. Con gli allevatori in prima fila. Non sarebbe il caso di aprire un dibattito serio e costruttivo sulla questione, coinvolgendo tutte le parti in causa e, naturalmente, anche il Consiglio e la Giunta Regionali?

g.f.

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