Michele Schirru

Ottantanove anni fa moriva Michele Schirru. Fucilato da un plotone di esecuzione, per aver attentato, per sua stessa ammissione, alla vita di Benito Mussolini. Nativo di Padria, cresciuto a Pozzomaggiore, partì giovanissimo in cerca di lavoro per la penisola. Dopo aver frequentato ambienti socialisti, partecipò al primo conflitto mondiale, arruolato fra i celebri “Ragazzi del ’99”. Ma le sue idee abbracciavano l’Anarchia. Dopo la guerra si trasferì negli Stati Uniti, dove prese la cittadinanza. Anche in terra americana, frequentò circoli anarchici e si schierò a difesa degli attivisti Sacco e Vanzetti. Aveva, però, un’idea fissa: tornare in Italia ed uccidere il duce, convinto che, quel gesto, fosse la soluzione per la fine del fascismo. Passò diversi giorni in un hotel romano, in attesa di trovare il momento giusto per raggiungere il suo obiettivo. Una sera fu intercettato da un maresciallo in un albergo, dove Schirru incontrava una ballerina ungherese. Arrestato e trovato in possesso di una pistola e di due bombe, tentò il suicidio in caserma sparandosi in faccia con la sua stessa arma. Il proiettile trapassò le gote e rimase sfigurato, ma vivo. In tribunale, al processo, dichiarò l’avversione sia per il fascismo che per il comunismo. La sentenza però era scritta: «Chi attenta alla vita del Duce attenta alla grandezza dell’Italia, attenta all’umanità, perché il Duce appartiene all’umanità». Davanti al plotone d’esecuzione emersero l’orgoglio e la fierezza che lo avevano, da sempre, contraddistinto. La dignità con la quale affrontò la morte gli valsero l’ammirazione dello stesso Mussolini. Nella storia d’Italia c’è posto anche per lui.

g.f.

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